Telelavoro, smart working, lavoro in remoto, sono tutti sinonimi di qualcosa che, al giorno d’oggi, sta prendendo sempre più piede. Io stesso vi sto scrivendo comodamente seduto sulla sedia del mio studio, situato all’interno della mia stessa abitazione: ho di fronte a me il mio comodo divano angolare blu, un caminetto alla mia destra, il frigorifero non troppo distante… e sono in ciabatte!

Ora però probabilmente vi starete chiedendo dove vuole andare a parare questo articolo, e soprattutto, cosa ha a che fare il telelavoro con il Coronavirus? La risposta ve la do subito: non esiste alcun nesso tra le due cose, tranne il fatto che questo maledetto Coronavirus sta rallentando pesantemente l’economia, perchè le attività lavorative si sono drasticamente rallentate e di conseguenza mi trovo con più tempo libero e il tempo libero va impiegato bene quindi, oltre ad alzarmi un po’ più tardi (molto poco in realtà), rilassarmi e godermi di più la mia famiglia, ho anche più tempo per mettermi a scrivere articoli come questo (non mi è nemmeno più possibile andare in piscina a nuotare). Ho quindi anche più tempo per riflettere, e una delle cose su cui mi sono soffermato è come, in effetti tantissime persone (non certo io che da casa regolarmente lavoro ormai da tempo) hanno cominciato a sperimentare cosa sia il telelavoro proprio a causa di questa situazione contingente.

La mia riflessione parte dalla lettura di un’articolo di Matt Mullenweg, amministratore delegato di Automattic, il quale si è sforzato di trovare un “risvolto positivo” nella diffusione del Coronavirus (Automattic è la società di software proprietaria della piattaforma di blog di WordPress, cuore pulsante del mio business di web master). Scrive Matt Mullenweg, relativamente a come il Coronavirus ha obbligato per necessità a sfuttare maggiormente l’utilizzo del telelavoro: “Probabilmente non saremo mai più gli stessi. Le persone che erano reticenti a lavorare in remoto scopriranno che ne ricaveranno grossi vantaggi. I manager che non pensavano di poter gestire team remoti avranno una prospettiva diversa. Penso che non torneremo indietro”. Va detto che la forza lavoro al servizio di Matt Mullenweg era già completamente dislocata.

E prosegue: “Non è così che immaginavo che la rivoluzione del lavoro distribuito prendesse piede” … “Ma ciò potrebbe anche offrire l’opportunità a molte aziende di costruire finalmente una cultura che consenta una flessibilità lavorativa attesa da tempo. Milioni di persone avranno la possibilità di vivere giorni senza lunghi spostamenti, o la dura inflessibilità di non poter stare vicino a casa quando un membro della famiglia è malato. O anche quando ti ammali. Quante persone in America entrano in un ufficio anche quando si sentono sotto il tempo, a causa della pressione della compagnia o dei dirigenti o perché i loro giorni di malattia escono dai loro giorni di vacanza? Questa potrebbe essere l’occasione per un grande ripristino in termini di come lavoriamo.” … “La verità è che ci sono migliaia di modi per svolgere il lavoro in remoto, ma inizia con l’impegno a tutti i livelli dell’azienda. Se assumi un intento positivo e riponi fiducia nei tuoi colleghi e dipendenti — sapendo che se fanno un ottimo lavoro in un ufficio possono fare un ottimo lavoro ovunque — allora avrai successo”.

Io concordo pienamente con questi punti di Matt Mullenweg, e non vorrei mai dover rinunciare ai vantaggi del telelavoro, solo però mi sento di dover aggiungere qualche ulteriore considerazione personale a quanto sopra, nella speranza che possano essere utili consigli per chi desidera (o per cause di forza maggiore deve) avviare un’attività di questo tipo.

Sappiate che, nonostante ci siano studi che dimostrano che le persone che lavorano da casa sono più produttive (ad esempio uno studio del 2014 del professore Nicholas Bloom di Stanford ha scoperto che i lavoratori remoti di un’agenzia di viaggi cinese erano più efficienti del 13% rispetto ai loro colleghi con sede in ufficio), è dimostrato anche che i lavoratori remoti spesso perdono vantaggi più difficili da misurare come la creatività e il pensiero innovativo. Gli studi hanno scoperto che le persone che lavorano insieme nella stessa stanza tendono a risolvere i problemi più rapidamente rispetto ai collaboratori remoti e che la coesione del gruppo soffre di accordi di lavoro a distanza.

I lavoratori remoti tendono a fare pause più brevi e meno giorni di malattia rispetto a quelli in ufficio e molti hanno difficoltà a separare il loro lavoro dalla vita domestica (questo è una buono se sei un capo che cerca di spremere i dipendenti ma meno bello se sei qualcuno che cerca di raggiungere equilibrio tra lavoro e vita privata).

Un famoso oppositore del lavoro a distanza era Steve Jobs (cofondatore a amministratore delegato di Apple, fino a che è stato in vita), il quale credeva che il miglior lavoro dei dipendenti Apple venisse dallo sbattere accidentalmente contro altre persone, e non sedendosi a casa davanti a una casella di posta elettronica: “La creatività viene da incontri spontanei, da discussioni casuali”, diceva, “Incontri qualcuno, chiedi che cosa sta facendo, e ti trovi che stai inventando ogni sorta di idee”.

Io comunque vi suggerisco di fare un semplice calcolo, e di prendere in considerazione quanto tempo impiegate a raggiungere da casa il vostro posto di lavoro, e viceversa la sera quando rientrate. Moltiplicatelo poi per il numero di giorni/settimana in cui lavorate: il risultato sono le ore che vi rimangono da dedicare a voi stessi, o alle persone che vi circondano!

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